La depressione e le alterazioni del tono dell’umore


É importante operare una distinzione preliminare tra gli stati dell’umore conseguenti ad alcuni eventi e situazioni contingenti e la cronicizzazione dell’abbassamento del tono dell’umore, come risposta abituale di fronte agli eventi di vita particolarmente stressanti. 

Nel modello Interazionista la depressione non viene esplorata nella sua accezione sovrapponibile ad uno stato di malattia, e diviene quindi suscettibile di essere “curata” attraverso l’assunzione di psicofarmaci. Dal punto di vista interazionista, si rende necessario capire quali siano le caratteristiche soggettive dell’esperienza denominata genericamente “depressione” e quali le sue rappresentazioni e significati, intercettando contemporaneamente anche i contesti e i processi interattivi-relazionali che la mantengono.

Va precisato che nell’individuare nel modello Interazionista un riferimento adeguato per l’indagine dell’esperienza della depressione, non si intende screditare l’approccio medico, né si vuole sostenere una sorta di riduzionismo psicologico. Si tratta invece di un’indagine che va svolta scegliendo un altro livello di realtà, che risulta non solo molto utile, ma soprattutto genera effetti diversi nell’autopercezione della persona che ha deciso di intraprendere un processo di esplorazione e autoindagine trasformativa. 

La comparsa della sofferenza psichica ed emozionale si configura di solito come una frattura autobiografica e narrativa, che strappa l’individuo dalla sua normalità e dalla percezione ordinaria che ha di se stesso. Con il suo cronicizzarsi e rendersi saliente, il dolore psichico tende a diventare uno dei nuclei semantici e narrativi totalizzanti, trasformandosi in un aspetto percepito come identitario e la cui esistenza si fonde con l’individuo stesso: è il caso, ad esempio, di coloro che intraprendono la “carriera del malato” e di altre biografie in cui “senza il dolore è impossibile vivere”. 

L’aspetto più importante della terapia Interazionista in questi casi è quello di aiutare la persona ad uscire da questa identificazione totalizzante con la matrice depressiva e mettere in moto dei processi di ristrutturazione, che permettono di sbloccare l’esperienza della persona in terapia, avvalendosi di prassi operative e interventi di taglio strategico di decostruzione e riconfigurazione di alcuni significati, che contribuiscono a generare e mantenere il problema. 

Il dolore non è uno solo, frammentato nelle infinite esperienze individuali, spesso indicibili, racchiuso nell’intimo di ciascuno. Il dolore non ha una emanazione organica corrispondente a una quantità precisa di sofferenza: la percezione che se na ha dipende dal contesto e dal significato attribuito all’esperienza. In prima istanza la persona soffre del significato che iscrive nel proprio dolore”.